Tra lamiere e cartone. Torretta Antonacci: morire di fango e di abbandono

A Torretta Antonacci, nelle campagne di San Severo, si continua a morire. Non per fatalità, non per caso, ma dentro un sistema che da anni produce sfruttamento, precarietà abbandono.  Alagie Singath aveva compiuto 29 anni il 2 aprile. Da cinque anni viveva nella baraccopoli di Torretta Antonacci. Cinque anni passati a lavorare nei campi del foggiano e ad aspettare un permesso di soggiorno che non arrivava. Cinque anni trascorsi tra lamiere e cartone, in condizioni che nessuna società che si definisca civile dovrebbe accettare. Lo hanno trovato impiccato nella sua baracca. Un suicidio, si dice. Ma è difficile parlare di scelta individuale quando una vita è sospesa per anni tra lavoro sfruttato, diritti negati e assenza totale di prospettive.

La sua morte arriva in un contesto già segnato dalla violenza e dall’abbandono. Solo due settimane prima, nello stesso ghetto, un uomo era stato ucciso a colpi di martello durante una disputa. Poi è arrivato il maltempo: piogge intense hanno trasformato l’area in una distesa di fango, sommergendo le baracche e rendendo impraticabile l’unica strada di accesso. Centinaia di persone sono rimaste isolate, senza soccorsi, senza vie di fuga.

Non sappiamo se esista un legame diretto tra l’alluvione e il gesto di Alagie. Ma sappiamo che il contesto è lo stesso: un’esistenza fragile, esposta a tutto, dove basta poco perché la situazione precipiti.

Negli stessi giorni, nelle campagne di Manfredonia, un giovane bracciante è rimasto intrappolato nella sua auto durante la piena del fiume Cervaro. È stato salvato dai carabinieri. Una storia a lieto fine, che però dice molto: per salvarsi bisogna essere visti, intercettati, soccorsi. Nei ghetti, questo accade raramente.

A Torretta Antonacci nulla di tutto questo è nuovo. Le condizioni di vita sono note da anni. Si parla da tempo di fondi stanziati per il superamento degli insediamenti informali, mai realmente utilizzati. Si susseguono denunce, promesse, tavoli tecnici. Ma le baracche restano, e con esse la precarietà.

Non siamo di fronte a un’emergenza, ma a un modello. Un sistema agricolo che si regge su manodopera migrante, flessibile e ricattabile. Un sistema che scarica sui lavoratori i costi della vita: la casa, la sicurezza, la salute. Un sistema che ha bisogno di invisibilità per funzionare.

In questo quadro, la precarietà giuridica è decisiva. Senza documenti non c’è accesso al lavoro regolare. Senza residenza non ci sono servizi, sanità, diritti. La vita resta sospesa, sempre sul punto di cadere.

Quando si muore di freddo in inverno, o nel fango durante una piena, o nella solitudine di una baracca, non si tratta di eventi separati. Sono espressioni diverse dello stesso meccanismo.

A Torretta Antonacci il fango si asciugherà. Le baracche verranno ricostruite. I braccianti torneranno nei campi. E tutto continuerà come prima.

La domanda non è cosa è successo. La domanda è perché continuiamo ad accettarlo.

Totò Caggese

Related posts